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Se la censura pornografica fa a gara con il cattivo gusto grafico

una delle due copertine di Frisson 8 con un capezzolo ingrandito magenta

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Nel vasto materiale editoriale archiviato ho ridato luce a delle riviste pornografiche fine anni ’90 (che oggi definiremmo serenamente vintage) nell’intento di creare un pattern di ricerca iconograficamente logico al numero corrente. In un attimo mi sono reso conto di quanto fossero visivamente fastidiose le cose che guardavo: seni? Peni che defloravano vulve? Eiaculazioni come se non ci fosse un domani? Tutt’altro. Stavo maledicendo l’impaginazione, gli stili, le varie cornici e controcornici ombreggiate o concave dove un esigente grafico aveva avuto l’ardire di miscelare illustrazioni nonsense a caratteri medievali. Tre, quattro o cinque lettering presenti simultaneamente disorientavano qualunque lettore, probabilmente solo alla ricerca di un relax temporaneo. Mi sono reso conto che l’unico fastidio che avrei felicemente censurato riguardava l’uso degli ombreggiati nei box o i filetti puntinati a dividere le colonne. Ma non per queste mie “rilevanti” osservazioni sono state vietate a un pubblico di minori queste riviste, oggi ridotte a contenitori di annunci: l’avvento del web e la facilità di accesso a contenuti scollacciati (da Instagram a TikTok solo per citarne alcuni) ha sgonfiato questo tipo di editoria nella grande distribuzione.

Tra l’altro come non citare la Porn-Tax del 2009 che ha definitivamente annientato un settore che ristagnava ormai da un decennio… La ragione sta invece nella (non) educazione a una cultura visiva che accusa la sessualità e la conseguente pornografia (maschilista o femminista non fa differenza agli occhi del censore…) di essere un errore grave, un qualcosa di sbagliato, ingiusto, sporco, ma che molti vorrebbero sperimentare nella realtà. E dunque negli occhi di qualunque Don Abbondio: un pene no, uno schiaffo in volto sì. Un capezzolo (femminile!) no, ma se maschile o pixelato sì. Un’eiaculazione assolutamente no, ma un bagno di sangue nel palinsesto di prima serata in TV, perché no! E di conseguenza, nell’immaginario adolescenziale (sicuramente il mio), il Sacro Graal del visivamente censurabile trasfigurava nel giornaletto porno come un mitologico passaggio paraeducativo alle età successive. Con gli anni, le esperienze e la cultura che necessita ogni background personale, ci si rende conto che c’è più cattivo gusto, per non parlare di tossicità, in certa politica che in moltissima produzione editoriale per adulti.

Cresciamo in un turbine di diktat e bias che ancora definiscono la metrica di una gonna femminile rispetto a chi la indossa: tanto corta (la gonna) quanto deprecabile (la persona). Avendo vissuto la vita pre-internet, so che lo scambio veloce di immagini hot tra amanti, sostanzialmente, non esisteva. C’erano i momenti e i ricordi che restavano negli occhi di chi li attraversava: più ne avevi, meno avevi fame visiva. Oggi c’è un’ipertrofia di immagini. Ma se possibile, l’appello alle censure elettroniche persiste se non addirittura aumenta. Mi domando quando una vera educazione civica, correlata all’uso delle immagini, possa diventare oggetto di studio nelle scuole dell’obbligo. Quando partiremo tutti da un minimo comune denominatore culturale che non penalizzi nè accusi i corpi delle donne: scoperti, sessualizzati, oggettivati o insultati. Quando toglieremo agli editori privati (ieri cartacei, oggi online… domani?) i parametri del censurabile e quindi i costi delle conseguenze sulla società? Se apriremo un sincero dibattito sull’educazione e quindi comprensione di tutto ciò che vediamo, condividiamo, consumiamo e metabolizziamo, forse creeremo una cultura di base comune e potremo dire di essere vicini a un piccolo progresso civile. Vale la pena rischiare. E magari le uniche censure che ricorderemo saranno le improbabili impaginazioni vintage, dove splendide donne cercheranno invano di distrarci dall’ennesima font ombreggiata e spaziata in maniera… un po’ porno.

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