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We belong here

“Aliens No More”: con tre parole l’amministrazione Biden cambia il corso della burocrazia americana. Gli immigrati non saranno più chiamati “alien” ma “non cittadini”. “Saremo inclusivi anche nel linguaggio” ha detto il presidente. E con l’Equality Act saranno vietate discriminazioni legate a orientamento sessuale e identità di genere. Dopo quattro anni di muro, l’America prova a tornare la terra di tutti.
un gruppo di ragazzi manifesta in America. In primo piano un ragazzo di colore alza il cartello fuck these racist ass police
credit: unsplash.com

di Elena Frigenti e Massimo Basile

“We belong here”, noi apparteniamo a questo posto. Come voi. Noi. Tutti. Stazione della metropolitana di Brooklyn, linea Q, quella che anche questo venerdì sera porta stanchi pendolari da Manhattan ad Atlantic Avenue. Lungo i corridoi dell’uscita, illuminati dalle luci al neon, compaiono manifesti pop dai colori pastello con volti di asiatici, ispanici, afroamericani, che raccontano la loro storia, la disoccupazione salita al 6900 per cento con la pandemia, ma anche la rivincita, la speranza, il riscatto. Quando cammini per i sotterranei della metro non sai mai come possa girare il vento. Alla stazione sotto l’Empire ti accoglie un schiaffo gelato, in quella di Christopher Street una vampata di aria calda da deserto. Puoi odiarla, provare a dribblarla, ma non puoi farne a meno, finisci per abituarti. Il vento è la metafora di questo Paese alla continua ricerca di una catarsi da se stesso. È un vento perenne, cambia direzione ma c’è sempre. Questa è la terra che nel 1882 produsse la prima e unica legge federale, The Chinese Exclusion Act, che colpiva in modo specifico l’immigrazione di un popolo. E la terra dove appena pochi mesi fa una donna cinese nel Bronx venne aggredita da uno sconosciuto che le urlò: “Ci hai portato il virus”. Qui è dove appena un anno fa un candidato democratico, Pete Buttigieg, arrivò a dire: “Se ci fosse una pillola per smettere di essere omosessuale, la prenderei”. Ora è diventato ministro. “Ora è diventato ministro”: l’America spiegata in quattro parole. 

C’è un altro vento che preme alle porte, anzi le ha già sfondate. È quello dell’America trasversale, fatta di etnie e religioni differenti, generi più o meno fluidi, abilità o diversa abilità fisica. Sfida convenzioni e apparenze, e va dritta al cuore: la persona. È l’America che nella notte del Superbowl racconta la storia della nuotatrice paralimpica Jessica Long, 29 anni, priva di gambe, salvata dall’amore dei genitori adottivi e salita 23 volte sul podio olimpico. “Crediamo che ci sia speranza e forza in ognuno di noi”. È l’America di Lil Nas X, Montero Lamar Hill, rapper nato nei sobborghi di Atlanta in Georgia e battezzato con il nome di un’automobile. Gay dichiarato, ha prestato la voce per uno spot dal claim “Sfida la logica”. “Noi siamo quelli che rompono le regole e tracciano la strada. Siamo i sognatori. I creativi. Quelli che infrangono convenzioni, generi, algoritmi. Quelli che prima dicevano ‘oh no, non possiamo’, e ora ‘sì, lo faremo’. Per costruire il futuro bisogna sfidare la logica”.

Se è vero che la società civile anticipa la politica, la vittoria di Joe Biden e Kamala Harris alle elezioni presidenziali è stata la naturale conseguenza di questa nuova America mobilitata “from the grassroots”, dal basso, e ora con la voglia di percorrere l’ultimo miglio. O le ultime dieci, diciamo. “Biden – ammette Joseph Criscione, attivista politico, nato nell’East Village ma da oltre trent’anni residente a Brooklyn, dove vive con il marito – non era il mio candidato ideale. Troppo anziano, bianco, con una lunga storia di insuccessi elettorali. Ma ho imparato ad apprezzarlo, e adesso dico: lui e Kamala sono i migliori che potessimo avere. I loro primi atti, l’abolizione del divieto d’ingresso ai musulmani e lo stop alla costruzione del muro sono un ottimo biglietto da visita. L’America ha un grande bisogno di riconciliazione e di inclusione”.

In un anno le città americane sono state invase e colorate dal movimento Black Lives Matter, poi il Campidoglio, sede del Congresso, è stato assaltato dagli insurrezionisti. Il confine tra estremismo e disobbedienza civile a volte è indefinito come le linee di un vento. Quattrocento anni di razzismo, abusi e umiliazioni hanno prodotto marce di milioni di americani, seguite da scontri e saccheggi. Trecento giorni di campagna incendiaria, da parte di un ormai ex presidente, hanno portato tremila persone a devastare il Congresso. 

Pensare di essere seduti dalla parte dei giusti può consolare, ma anche illudere. Patricia Geremia, blogger e fotografa nell’East Side, è convinta che la lotta sia solo all’inizio. “Non ho mai visto la partecipazione di così tante persone giovani, specie di colore. Un nuovo sangue ha iniziato a fluire nelle vene dell’arena politica: ne avevamo un bisogno pazzesco”. Però resta l’ombra di quel 6 gennaio. “Adesso viene il difficile – conferma la blogger americana – il Paese non è mai stato così diviso. Dopo l’11 settembre eravamo tutti sotto shock, eppure c’era un senso di unità fortissimo e il nemico veniva da fuori. Adesso purtroppo non è più così, i nemici degli Stati Uniti sono in mezzo a noi”.

Biden ha promesso di “restaurare l’anima dell’America”, e qui si potrebbe discutere su quale sia quella reale. Un conto è New York, un conto il resto del Paese, dove in alcune zone rurali il sessanta per cento non ha neanche il passaporto perché non prevede di lasciare la città dove è nato, nemmeno per andare in vacanza. Non cercano, evitano. 

Può essere complicato, spiegare la differenza tra un diritto civile e un’emarginazione subita. Però la Casa Bianca del nuovo corso ha dato segnali importanti. Secondo uno studio di Kathryn Dunn Tenpass, ricercatrice in Studi governativi alla Brookings di Washington (storico Think Tank della politica americana) il nuovo governo ha infranto più di un tetto di cristallo, soprattutto per quanto riguarda la partecipazione delle donne e dei nativi. I non bianchi rappresentano il 40 per cento del totale, come sotto Obama, il doppio rispetto all’amministrazione Trump: metà di loro è di origine latinoamericana, un quinto è formato da nativi. Una quota ancora piccola ma significativa, considerato che finora erano quasi assenti. Ma sono le donne la vera testa d’ariete del nuovo governo, e non solo grazie alla vice presidente Harris: rappresentano un terzo dell’amministrazione. Con Obama erano una ogni quattro. Con Trump una ogni dieci.

“La scelta dell’amministrazione ha un valore simbolico altissimo”, commenta Wendy Smooth, docente di Scienze politiche e studi di genere a Ohio State University. “Ci racconta non solo delle persone, ma delle politiche che verranno messe in atto per quattro anni”. Smooth non ha dubbi sull’impatto civile di una donna asiatica e afroamericana alla vicepresidenza. “La prossima volta che avremo una candidata alla presidenza, mi aspetto che i dubbi sulla sua competenza e la sua capacità di governo siano ridotti se non azzerati”. Avere una donna in una posizione così alta e decisiva comporta un ritorno pratico immediato: “Le donne, specie di colore, portano al tavolo della politica le necessità delle persone comuni, quelle vissute ogni giorno sulla loro pelle. A meno che non vogliate convincermi che negli Stati Uniti la vita di una donna, soprattutto nera o asiatica, è la stessa di un uomo bianco”.

Essere giudicati per le azioni, non per il colore. Allison Eikerekoetter, afroamericana nata a Philadelphia, autrice e attrice teatrale, lavora a Manhattan. Parla di un messaggio rigenerante, lo chiama ‘effetto Kamala’. “È tosta, ma sa anche essere solare. A me, come a ogni altra donna di colore, trasmette grande forza e un senso di orgoglio che finora non avevamo mai provato”. 

L’effetto si fa sentire, anche lontano da Washington. Nomi nuovi, storie diverse, la rivincita della periferia, delle minoranze, degli emarginati. La portata è tutta da soppesare, ma è evidente. In Vermont, Molly Gray è vice governatrice, Jill Krowinski, presidente della Camera e Becca Balint, presidente pro tempore del Senato. Nel parlamento della Virginia siedono, per la prima volta, 42 donne. E Boston vive una doppia svolta: Kim Janey, che succede all’ex sindaco Marty Walsh chiamato a guidare il ministero del Lavoro, è la prima sindaca e afroamericana. Stephanie Byers è la prima trans di colore mai eletta nel Congresso del Kansas. Mauree Turner la prima candidata “non binaria” a riuscirci in Oklahoma. Mondaire Jones e Ritchie Torres i primi neri dichiaratamente gay eletti nello Stato di New York. E Sarah McBride, a 30 anni, è diventata la prima senatrice transgender al Congresso del Delaware. “Voglio mostrare – ha detto dopo la vittoria – che la nostra democrazia è grande abbastanza per contenere tutti”.

L’America delle diversità ha bussato decisa alla Casa Bianca e si è fatta aprire. “Vedere – sottolinea Criscione – Pete Buttigieg segretario dei Trasporti, o Rachel Levine (la prima donna transgender a lavorare per il governo federale, ndr) alla Sanità è un sollievo, ma anche il segno concreto che questa nuova America guarda alle persone e alle loro competenze”. Un Paese più moderno di quello di Barack Obama, nonostante sia guidato da un uomo di oltre 78 anni. “Obama è stato molto ostacolato dai Repubblicani e non è riuscito a realizzare tutto quello che voleva. Ma la sua vera indole è moderata: Biden è più progressista, per esempio è stato lui a spingere per la legge sui matrimoni tra persone dello stesso sesso”. La fila di ragazzi in attesa di entrare al Museo del sesso sulla Fifth Avenue, in una Manhattan semiviva, ci ricorda che il sesso e la sessualità possono essere ancora un gioco di specchi. Ma è il contesto, forse, a essere destinato al cambiamento.

Anche il dolore ha la sua parte in questa nuova voglia di inclusione. L’America è guidata da un uomo che ha attraversato tragedie personali immense: ha perso in un incidente la prima moglie e la figlia piccola, poi il figlio maggiore, Beau, per un cancro al cervello. “Biden è empatico, è una delle sue doti più grandi” dice Patricia. “Sa come arrivare al cuore di chi ha sofferto”, aggiunge Allison. “Finalmente una persona con un’anima dopo quattro anni di deserto”, commenta Joseph. 

Le produzioni televisive si adeguano al nuovo bisogno di autenticità: le serie puntano a personaggi reali, abbandonando gli stereotipi. Le pubblicità mostrano donne, uomini e persone di genere fluido. Corpi imperfetti, cicatrici mostrate con naturalezza anche negli spot delle creme idratanti più comuni, quelle che si trovano al supermercato. Una delle serie più popolari su Netflix, “In the Dark”, in onda dal 2019, ha per protagonista Murphy, una ragazza non vedente, che beve, fuma, fa sesso con chiunque le capiti, e condivide l’appartamento con l’amica lesbica. Oppure “Shameless”, storia corale di una famiglia di Chicago che riunisce tutte le diversità e le racconta – come promette il titolo – senza vergogna. Perché si è come si è, e la nuova America che ha imparato a riconoscersi adesso chiede solo di potersi esprimere. Rompere le regole, tracciare la strada. “Siamo i sognatori – rappa Lil Nas X – Siamo i creativi. Siamo quelli che infrangono le convenzioni, i generi, gli algoritmi”. Per costruire il futuro bisogna sfidare la logica, se una logica è mai davvero esistita.

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