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Lockdown e violenza di genere: l’altra faccia dell’isolamento

Gli effetti della pandemia si innestano in imposizioni quotidiane e in una realtà che trova salde radici nella società di ieri e oggi: patriarcale
illustrazione di un uomo che urla e dalla cui bocca escono spine, davanti a lui una donna con delle forbici legate e inutilizzabili
artwork: Giulia Belcastro

Cosa vuol dire essere costrette in casa con un uomo – il proprio – maltrattante? Poter uscire solo per fare la spesa? E vedere tutta insieme concretizzarsi, senza scampo, la parola “isolamento”? Quello stesso isolamento che è l’elemento cruciale della spirale della violenza. 

Pandemia. Il 9 marzo 2020 il presidente del Consiglio Giuseppe Conte dichiara l’Italia “zona protetta”. Troppi malati, troppi morti, troppi contagi e un virus che si espande a macchia d’olio: e allora scuole chiuse, attività ferme al netto di quelle essenziali, spostamenti congelati. È l’inizio del lockdown per provare a contenere la pandemia di Coronavirus che tanto duramente ha colpito l’Italia.

Ma come la mettiamo con quelle persone che chiuse in casa lo sono già? Cosa diventa? Un isolamento al quadrato? 

I dati. Quello della violenza di genere, come nel caso della questione migratoria, non è un “fenomeno” né un’emergenza. «Allarme? Sì, tutto l’anno», dice alzando le spalle Sara Pollice, operatrice antiviolenza che lavora a Roma con BeFree, cooperativa contro tratta, violenze, discriminazioni attiva dal 2007 nella gestione di sportelli e case rifugio. Un problema strutturale su cui si è innestata la pandemia, che da un lato azzera la differenze (il virus è democratico, non guarda in faccia a nessun*), dall’altro chiude tutte e tutti in casa, evidenziando quanto diverso sia averla, una casa, e con tutto quello che eventualmente c’è dentro. 

Il 1522. Dall’8 al 15 marzo del 2020, secondo i dati del Telefono Rosa, sono sensibilmente diminuite le chiamate arrivate al 1522 – il numero gratuito del servizio promosso dal dipartimento Pari Opportunità della presidenza del Consiglio che accoglie le richieste di aiuto e sostegno delle vittime di violenza e stalking. Telefono Rosa ha messo a confronto i dati del 2020 con quelli dello stesso periodo del 2019. Nella prima settimana di lockdown si è registrato un calo del 55%  delle chiamate rispetto all’anno precedente: l’anno scorso le telefonate erano state 1.104, quest’anno 496.

«Eravamo nel pieno della retorica #IoRestoACasa: per le donne che vivono con un uomo maltrattante, in qualche modo, è stata forse di nuovo la materializzazione quasi di un destino. ‘Devo stare a casa. Devo sopportare tutto questo. Non posso uscire, non ho vie d’uscita’», ragiona Sara Pollice. «Si aggiunga il fatto che tutto questo accadeva davanti ai figli e le figlie data la chiusura delle scuole», aggiunge Andrea Catizone, avvocata e direttrice del dipartimento Pari Opportunità di ALI, Autonomie Locali Italiane. 

E l’autocertificazione? Mentre si lotta con i contagi, le istituzioni in quelle prime settimane nel chiudere la gente in casa si scordano di un pezzo: quello delle donne che vivono situazioni di violenza domestica. Se gli spostamenti sono possibili solo per motivi lavorativi, situazioni di necessità o motivi di salute, cosa scriverò sull’autocertificazione se voglio uscire da questa casa e andare a cercare aiuto? E dove vado, visto che con l’isolamento salta a gambe all’aria anche quella che è una delle reti primarie fatta di parenti e amiche? Quanto diventa ancora più efficace la campana di vetro, la gabbia tipica della violenza di genere? «Un dibattito che abbiamo fatto dal primo momento all’interno di BeFree», racconta Sara.

Il grido d’allarme delle associazioni è immediato, come immediata è la mobilitazione per sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni a rafforzare la rete e a permettere alle operatrici dei Centri – che mai si sono fermate, continuando ad assicurare sostegno e accoglienza alle donne – di svolgere il loro lavoro in sicurezza. Le istituzioni (più o meno) rispondono, a cominciare dalla ministra per le Pari Opportunità Elena Bonetti fino alle amministrazioni locali. Vengono lanciate campagne informative, se ne parla, si può chiedere aiuto anche attraverso apposita app.

L’Italia prova anche a seguire l’esempio francese e spagnolo di “Mascherina 19” – un codice con cui le donne potevano segnalare di essere vittime di violenza in farmacia, portando all’avvio del protocollo d’emergenza, quindi la chiamata alle forze dell’ordine e alle strutture antiviolenza. In Italia è stato firmato un accordo per dotare tutte le farmacie di totem informativi sulla violenza di genere. Ma un monitoraggio di quante effettivamente abbiano aderito, racconta ancora Andrea Catizone, al momento non c’è. «E in giro non ne ho viste molte», chiosa l’avvocata. 

Consapevolezza. Sia come sia, il trend è comunque cambiato. «Ci è voluto un po’ di tempo però poi, nel momento in cui si è ben comunicato che c’era la possibilità di uscire di casa, chiedere aiuto, fare denuncia, che i centri erano aperti, che il 1522 poteva dare risposte e assistenza, che insomma la rete non aveva chiuso per Covid, a quel punto le richieste di aiuto  sono ripartite», dice Sara Pollice. Anzi: esplose. Dal 1 marzo al 16 aprile le telefonate che ha contato il 1522 sono state oltre 5mila: +73% rispetto allo stesso periodo del 2019. Oltre 2mila sono state le vittime che hanno chiesto aiuto: un aumento del 59%. Dall’1 al 22 marzo sono invece diminuite le denunce: -43,6% rispetto all’anno scorso. 

«Anche nelle strutture gestite da Befree abbiamo visto un aumento delle chiamate e dei colloqui. Abbiamo ripreso percorsi di fuoriuscita dalla violenza avviati prima del lockdown e ne abbiamo aperti di nuovi», dice ancora Sara. Tante sono state le richieste di aiuto «da parte di nuove donne». Il motivo? «Forse è venuto meno uno dei principali elementi della retorica sulla violenza di genere», ragiona l’operatrice antiviolenza. «Quello che recita che è la donna a non riuscire a uscire dalla spirale, che non si accorge quando è violenza, che non ha una visione oggettiva», riflette Sara Pollice. «La cifra della violenza di genere è la complessità. Non si può ridurre tutto alla retorica che o sei vittima o te la vai a cercare. Anche basta: la violenza di un partner è micidiale, viene da qualcuno che ami e che magari dice di amarti. È qualcosa che è ancora più difficile da affrontare da sole. Poi sì, l’isolamento può essere stato anzi un acceleratore in alcuni casi. Un’esasperazione: a prescindere dalle incognite che mi aspettano, ora devo – e riesco – a reagire prima». 

Emergenza? In sei anni di lavoro come operatrice antiviolenza, Sara Pollice racconta di aver visto pochi cambiamenti. «Un uomo violento non è una questione privata: dietro ha un sistema che lo legittima. Da qui la difficoltà di rompere questo esercizio di potere», spiega.

Così come, d’altro canto, resta cronica – e Roma ne è un esempio eclatante – la carenza di posti in case rifugio rispetto al fabbisogno calcolato in base agli standard minimi fissati dal Consiglio d’Europa. Una priorità su cui BeFree insiste al di là dell’emergenza, figuriamoci ora che l’accoglienza deve essere organizzata nel rispetto della normativa anti-Covid e di quel distanziamento necessario per “convivere” nostro malgrado con un virus per cui il vaccino non c’è.

«L’Italia ha una cultura retrograda rispetto all’affermazione dei diritti delle persone», chiosa Andrea Catizone. «Ma se vogliamo combattere la violenza di genere non dobbiamo inventarci nuove norme. Abbiamo la Convenzione del Consiglio di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013. Uno strumento straordinario studiato per anni e realizzato dalle migliori giuriste. Dobbiamo solo avere leggerlo e applicarlo». Soprattutto, «ora tocca alle Regioni mettersi in regola sulle normative per la formazione e la realizzazione di percorsi specifici in tutti i luoghi, a partire dai pronto soccorso». 

La questione della violenza di genere negli ultimi anni «ha raggiunto grande ‘popolarità’ per merito delle associazioni», aggiunge Sara Pollice. Un percorso che parte dall’effetto della sensibilizzazione operata dal movimento femminista negli anni ‘70 e poi sempre più realizzata dalle istituzioni, a partire da Onu, Consiglio d’Europa, Corte europea dei diritti umani, e sfociata nel diritto internazionale e nazionale. «Ci sono più reti di donne, c’è più solidarietà». Terribili femminicidi come quello di Sara Di Pietrantonio, 22 anni, nel 2016 uccisa e bruciata dall’ex, Vincenzo Paduano, oggi condannato all’ergastolo, «hanno di fatto segnato la nascita del movimento Non Una di Meno in Italia», dice ancora Sara Pollice. «Sono orrori come questi che fanno emergere le ondate di femminismo. Momenti di recrudescenza che fanno capire che è tutt’altro che finita: che ancora si può provare il sentimento di poter uccidere le donne come se niente fosse». 

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Angela Albanese Gennaro

Angela Albanese Gennaro

È la direttrice responsabile di Frisson. Giornalista freelance, videomaker per Ansa dove si occupa di cronaca, tematiche di genere, temi sociali, immigrazione, cura su Radio Bullets, webradio specializzata in Esteri, un podcast sulle notizie di genere dal mondo. Già videomaker per Il Fatto Quotidiano e photo editor per Associated Press Italia, tra le testate con cui ha collaborato ci sono tra l’altro Repubblica.it, Il Venerdì, Current TV, Il Reportage, la Zdf.

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