Identikit di uno spirito libero femminista: le ragioni del “solo female travel”

Sempre più donne scelgono di viaggiare da sole, trasformando il viaggio in un atto di libertà e autodeterminazione. Il fenomeno del solo female travel diventa una rivoluzione femminista che ridefinisce il modo di stare al mondo.
donna di spalle con zaino cappotto e shorts alza le mani al cielo in segno di vittoria, si trova in un bosco, vista dal basso. foto virata al viola
credit: Aman Upadhyay / Unsplash
19 Gennaio 2026
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Nella letteratura classica sul viaggio, quando l’uomo partiva la donna lo aspettava a casa. Oggi per fortuna le cose sono molto cambiate e sempre più donne non solo non hanno bisogno di attendere che qualcuno rientri da un viaggio, ma scelgono di viaggiare autonomamente lasciandosi alle spalle le convezioni sociali. 

Le ragioni sono diverse, ma c’è un massimo comun divisore: sia per quanto riguarda i tour operator, sia nel solo female travel – il viaggio in solitaria femminile – le donne trainano l’industria del travel. 

Se prima però sceglievano di recarsi fisicamente in un’agenzia di viaggi per programmare il loro itinerario rivolgendosi a professionist*, l’avvento dei social prima e lo sdoganamento delle travel influencer poi ha avuto un significativo impatto  anche sull’esperienza di viaggio al femminile. 


Solo female travel e social network: se il digitale fa anche cose buone

Online ne esistono migliaia, molte viaggiatrici oggi si ispirano infatti alle travel influencer per organizzare i loro viaggi, raccogliere consigli e a volte partire letteralmente con loro. 

In un certo senso seguire dei profili di donne che viaggiano da sole ha contribuito a connettere tante utenti che avrebbero voluto farlo, ma che prima di quello storytelling temevano di poter essere giudicate male. 

In un’accezione positiva si potrebbe dire  dire che i social, quindi, sono stati vettori di una rivoluzione socioculturale che ha permesso a tante donne di connettersi con community utili alla loro autodeterminazione. 

A volte gli account sono veri e propri “diari di viaggio”, che dando voce all’autrice diventano anche motivo di condivisione per tante altre. 

Ne è un esempio “In viaggio da sola”, progetto della travel influencer e giornalista Diana Bancale, che oggi conta 36mila follower. 

Nato nel 2014 come blog personale, “In viaggio da sola” è diventato per lei un lavoro, un brand, ma soprattutto una community di donne che scelgono consapevolmente il proprio cammino. 

“Il mio pubblico cresce con me, specialmente sui social”, racconta Bancale a Frisson. “E si è allargato negli anni: sempre più donne sopra i 45 scrivono per chiedere informazioni o raccontare di aver ricominciato a viaggiare dopo un divorzio, dopo che i figli sono cresciuti, dopo un cambiamento o un momento buio nella loro vita. Anche le giovanissime sono cresciute: 18–25 anni, molto curiose, meno paurose delle generazioni precedenti. Per loro l’idea di viaggiare da sole è molto più comune e meno tabù di quanto non fosse per esempio 15 anni fa, quando ho iniziato io”. 


Gli stereotipi del solo female travel: eppur resistono

Cambiano i paradigmi sul viaggio, ma gli stereotipi sono duri a morire. 

“Il più fastidioso che ho vissuto è stato ‘Se vai da sola, forse cerchi compagnia maschile’”, spiega la creator. “Lo dicono con leggerezza, come se il tuo corpo fosse automaticamente disponibile perché non c’è un uomo al tuo fianco”. O come se una donna possa avere solo questo come sogno e obiettivo nella vita. 

Un preconcetto che poche settimane fa ha vissuto sulla propria pelle e documentato “molsgonewild” durante un viaggio in Sri Lanka: l’influencer Instagram mentre viaggiava a bordo di un tuktuk è stata avvicinata da un locale, che si è spogliato davanti a lei e ha cominciato a masturbarsi. 

Episodi che demoralizzano le donne a partire e instillano nell’uomo il bisogno di “proteggerle” anche quando non è richiesto. 

“Capita per esempio che molte persone, follower o amici, quando scoprono che sono in viaggio da sola mi dicano: ‘Me lo dicevi, venivo con te’. Ed è esattamente questo il punto: non viaggio da sola perché nessuno vuole venire con me, anzi. Viaggio da sola perché lo voglio fare”, confida Diana Bancale. 

Tra i miti da sfatare, innanzitutto, è che la solitudine sia negativa e vada evitata. Per molte donne, al contrario, rappresenta una vera e propria redenzione. 

“Viaggiare da sola è forse una delle forme più grandi di riscatto per una donna. Non soltanto rappresenta la libertà di movimento, ma significa anche avere il proprio posto nel mondo o l’opportunità di cercarlo”, racconta una partecipante della community online “Libere di viaggiare”, che oggi conta un centinaio di persone. 

L’associazione è nata nel 2024 e promuove l’autonomia, la libertà di movimento e l’autodeterminazione delle donne attraverso progetti socioculturali, formativi e di innovazione sociale, soprattutto per quanto riguarda iniziative di imprenditorialità femminile della filiera turistica. 


L’impatto sociale e culturale di viaggiare da sole

“Viaggiare, per me, è aprire porte sconosciute nel mio intimo”, racconta un’altra partecipante. “Mi piace essere povera di bisogni quando viaggio: straniera, il nulla ma allo stesso tempo il tutto. È allora che sono più autentica, quando posso contare solo su me stessa. Il viaggio mi riporta alle emozioni selvagge, ai desideri primitivi, a ciò che non è mai stato domato”. 

Viaggiare diventa così un ritorno ai propri bisogni primordiali, che molte donne soffocano per assecondare l’opinione comune. 

Spesso rinnegando loro stesse. “Da piccola mi avevano fatto credere di essere stupida, che avevo qualcosa in meno degli altri”, racconta per esempio una viaggiatrice della GenZ. “Sono cresciuta in una piccola città del Sud Italia, come tutte le donne intorno a me convivevo con l’idea di non poter fare ‘lavori da maschio’, o ‘cose da maschio’, l’esempio che avevo davanti era però sempre lo stesso: gruppi di uomini in viaggio di lavoro. In giovanissima età sono semplicemente partita. Mi sono buttata. A oggi ho visitato 38 paesi, quasi tutti in solitaria, non c’è sensazione migliore di scoprire tutto il proprio potenziale e metterlo in atto, senza doversi sentire per forza frenata”. 

Una consapevolezza che, se messa a sistema, può avere grande impatto sulle persone, soprattutto in un’accezione di inclusione e sostenibilità. 

“Essere una travel influencer non è solo mostrare posti ‘belli’, ma restituire un contesto: dinamiche sociali, norme, sensibilità locali”, racconta ancora Bancale. “Negli anni ho maturato sempre più l’idea che una delle principali caratteristiche di chi viaggia  è la sospensione del giudizio. Turismo responsabile significa valutare il peso delle nostre scelte. Per chi crea contenuti, la responsabilità sta nel dire la verità: parlare anche dei lati scomodi, delle regole, delle difficoltà, dei limiti. Sempre senza giudizio”. 

E, soprattutto, assumersi la responsabilità di raccontare il viaggio e le persone che lo animano con le parole giuste, evitando il pinkwashing. 

“Molte imprenditrici nel turismo non si definiscono tali. Sono guide, creator, host di strutture ricettive, organizzatrici di viaggi, consulenti. Svolgono attività che generano valore economico e posti di lavoro, ma raramente rivendicano l’etichetta corretta”, conclude Bancale. 

Il tutto in una filiera che globalmente è a conduzione femminile.

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Immagine di Barbara Polidori

Barbara Polidori

Barbara Polidori è una giornalista che ha collaborato negli anni con diverse redazioni di cronaca e attualità, tra cui Fanpage, Repubblica, Il Messaggero, Roma Today, Il Corriere della città, HuffPost Italia, Linkiesta, The Vision, Vita.it e Business Insider, realizzando inchieste, interviste e videoreportage. È stata vincitrice del premio Asvis-Il Sole 24Ore all’interno del Master in “Giornalismo politico-economico e informazione multimediale”, realizzando il long form di storytelling giornalistico “Barriere rosa e Stem”, incentrato sul gender gap nelle imprese romane del settore ICT. Collabora con l’Università La Sapienza di Roma a progetti per ridurre il gender gap nelle carriere informatiche e sensibilizzare sulla sostenibilità ambientale, come “G4greta - Girls for Green technology Applications”, “sIAte PROMPTe!” e con il Cini a “Gict – Atlas of gender initiatives in ICT”. Ha scritto il paper accademico “A Greed(y) Training Strategy to Attract High School - Girls to Undertake Studies in ICT” sugli approcci didattici per attrarre le più giovani verso le materie tecnico-scientifiche, presentato all’interno dell’HCI INTERNATIONAL 2023 di Copenhagen. Gestisce la newsletter Substack su femminismi e gender studies dal titolo “Non si può più dire nulla”.

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