Due pesi e due misure: lo sport femminile è sempre un passo indietro

Lo sport femminile continua a pagare il prezzo dei salari più bassi, della minore visibilità mediatica e delle scarse opportunità professionali. Un'analisi sul gender gap che ancora divide atlete e atleti in Italia.
closeup di piedi femminili con scarpe sportive, foto virata in arancio e giallo
artwork: Francesco Rubeis Mazzenga / Unsplash.com
10 Luglio 2026
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Invisibilizzate, sottopagate e mai professioniste. Dal basket al calcio, per il mondo dello sport le donne sono sempre atlete di serie B. E nonostante le medaglie e i riconoscimenti conquistati negli anni, per campionesse e aspiranti tali la strada è ancora in salita.

Qualche dato

In un paese in cui, secondo l’Istat, poco più del 20% delle donne pratica uno sport in maniera continuativa (la ricerca è del 2021), uno studio del Comitato olimpico nazionale italiano (Coni) ha messo nero su bianco che la preferenza per l’una o l’altra disciplina varia in base al genere dell’aspirante atleta. Mentre i ragazzi prediligono il calcio, il basket e il tennis, le ragazze optano infatti più spesso per la pallavolo, la ginnastica e l’equitazione.
E c’è di più. In Italia le donne ai vertici delle società sportive arrivano a rappresentare neanche un quinto del totale: le dirigenti societarie sono il 18% e quelle federali poco meno del 13%. Le arbitre, invece, sono appena il 19% del totale, e le allenatrici poco più del 20%.
E qualunque sia il ruolo ricoperto da una donna in un contesto sportivo, una certezza c’è: sarà pagata sempre meno del suo omologo maschio.

Il gender gap salariale

Mentre i colleghi uomini vengono considerati a tutti gli effetti dei professionisti e percepiscono compensi annuali da decine (se non centinaia) di migliaia di euro, difficilmente le atlete italiane riescono a permettersi di essere tali a tempo pieno. Come spiega Ilaria Petruzzi, ex giocatrice di basket e oggi collaboratrice del progetto mediatico Sport al femminile, nel nostro paese il gender gap salariale tra atleti e atlete resta ampio e incolmato. “Nel basket neanche le ragazze che giocano in serie A vengono considerate delle professioniste: eppure lavorano nello stesso modo degli uomini, e per la stessa quantità di tempo”, racconta Petruzzi a Frisson. “Persino in serie A2 lo stipendio non è ancora sufficientemente dignitoso e spesso si è costrette a fare un altro lavoro”.
Le sportive che guadagnano più di 5mila euro lordi l’anno (circa 400 euro al mese) sono obbligate a sottoscrivere un contratto di collaborazione coordinata e continuativa – è la cosiddetta co.co.co. – o ad aprire la partita IVA, senza avere quindi diritto a ferie, tredicesima e trattamento di fine rapporto (TFR). “Riuscire a ottenere sponsor che garantiscano un introito per tutta la durata della stagione è molto complesso”, spiega ancora Ilaria Petruzzi. “Ed è per questo che molte società non pagano le atlete oppure si ritirano dalle competizioni a metà stagione. O ancora, in alcuni casi, falliscono proprio”. L’ex giocatrice ne ha esperienza diretta nel basket: “Diverse delle società per cui ho giocato e che ho seguito oggi non esistono più”.

L’invisibilità mediatica

A rendere lo sport femminile così mal pagato è anche – se non soprattutto – l’invisibilità mediatica a cui le atlete vengono relegate. Perché mentre gli eventi sportivi maschili vengono trasmessi in chiaro o su piattaforme specifiche a pagamento, quelli femminili devono spesso fare affidamento su semplici dirette streaming sui social network.

D’altronde, secondo uno studio dell’Unesco per l’uguaglianza di genere (il biennio di riferimento è il 2022-2023), gli sport femminili ricevono solo il 4% di tutta la copertura mediatica sportiva nel mondo, con conseguenze importanti anche in termini di capacità di attrarre sponsor. “Quest’estate la nazionale femminile di basket si è classificata terza al campionato europeo e abbiamo avuto visibilità su Rai Due: un evento davvero molto raro”, sottolinea Petruzzi. “In quell’occasione abbiamo ricevuto una buona attenzione da parte del pubblico nazionale. Ma davvero dobbiamo arrivare alla semifinale dell’europeo per andare in televisione?”, chiosa la collaboratrice di Sport al femminile.

Leggi l’articolo completo su Frisson​ n. 19

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Immagine di Bianca Michelangeli

Bianca Michelangeli

Bianca Michelangeli è una giornalista e specialista della comunicazione. Da anni scrive di mare, spiagge, malagestione e soprusi lungo la costa laziale, di cui ha seguito le vicende anche per il Corriere della Sera. Per RomaToday Dossier si occupa anche di benessere e sfruttamento sul lavoro, istruzione e trasporti. Transfemminista senza mezze misure, fervente alleata della comunità queer, è da sempre allergica a qualunque forma di ingiustizia sociale. Crede fermamente nel potere delle parole e nell'imprescindibile necessità di saper scegliere sempre quelle giuste.

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