“Forse c’è un Dio sopra di noi, ma tutto quello che ho imparato dall’amore è come sparare a qualcuno che ha estratto la pistola più velocemente di te”. Così cantava Jeff Buckley, riprendendo Leonard Cohen, e così ripete Matt nel documentario Shy Boys: IRL del 2010. Il video segue un gruppo di ragazzi love-shy (letteralmente timidi in amore) che si incontrano online per raccontarsi, senza filtri, davanti a una videocamera. Matt parla del proprio corpo, che percepisce come sproporzionato, del rapporto con le donne e di ciò che ha imparato dall’amore: non soccombere.
La pistola evocata nel testo non lascia spazio a molte ambiguità: è il rifiuto, di conseguenza, il potere decisionale attribuito alle donne, seguendo una visione rigidamente binaria del genere. Già allora, più di dieci anni fa, un ragazzo metteva in parole un sentimento che oggi riconosciamo come strutturale: l’idea che l’amore sia un campo di battaglia e che perdere significhi essere annientati come uomini. Da allora quella sofferenza individuale non è scomparsa, ma si è organizzata. Ha trovato linguaggi, comunità, spazi di riconoscimento.
È diventata ideologia: ideologia Incel.
Che cos’è l’ideologia incel
Il termine Incel deriva dall’espressione involuntary celibate, cioè “celibe involontario”. Non descrive semplicemente l’assenza di relazioni sessuali o affettive nella propria esperienza, ma la definisce come una condizione percepita come ingiusta e strutturale. La mancanza di desiderabilità non viene considerata un evento contingente, bensì l’esito di un presunto malfunzionamento della società. Secondo Laura Bates su The Guardian, gli incel sono una comunità dispersa online i cui componenti spesso incolpano una presunta “gynocrazia” femminista che li condannerebbe a una perpetua condizione di vittime.
In questa cornice narrativa, la colpa viene spesso attribuita alle donne e al femminismo, accusati di aver modificato un ordine ritenuto naturale: ampliando l’autonomia femminile e il potere decisionale nelle relazioni e nello spazio pubblico, avrebbero reso gli uomini “superflui”, meno indispensabili e quindi meno desiderabili.
Secondo Gaia Antinelli, dottoranda alla Sapienza Università di Roma, questo tipo di lettura è riduttivo. “Il mio lavoro si colloca nell’ambito dei gender studies, con un approccio esplicitamente inclusivo: parto dall’idea che le questioni di genere non riguardino “solo le donne”, ma prendano forma nelle relazioni e nelle performance quotidiane tra persone di ogni identità e orientamento”, dice la ricercatrice.
È per questo, spiega Antinelli, che studiare i movimenti legati alla costruzione delle maschilità – come la Manosphere e il mondo Incel – è fondamentale per capire come spazi in cui si producono pratiche e discorsi influenzino comportamenti, immaginari e relazioni, dentro e fuori dal web.
“In Italia gli studi su questi fenomeni sono cresciuti, ma restano meno numerosi rispetto al contesto anglo-americano”, prosegue. Negli Stati Uniti e in Canada l’attenzione accademica è stata accelerata dal legame esplicito tra ideologia incel e violenza offline, emerso in modo eclatante con attentati rivendicati apertamente in nome di questa visione del mondo. “Episodi di questa portata hanno inevitabilmente accelerato l’attenzione mediatica e accademica, generando più studi, più finanziamenti e una maggiore urgenza di comprendere il fenomeno – un processo che in Italia, dove questi collegamenti sono stati meno visibili, si sta sviluppando con più lentezza”, osserva.
Il corpo come ultimo terreno di controllo
Uno degli elementi centrali dell’ideologia Incel è il corpo. Quando i ruoli tradizionali della maschilità – protettore, fornitore, capofamiglia – diventano sempre meno accessibili, soprattutto nell’attuale fase del capitalismo avanzato, il corpo resta uno degli ultimi spazi su cui esercitare un controllo diretto. E qui entra in gioco la palestra. All’interno dell’ecosistema Incel si è affermata una sottocategoria sempre più visibile: quella dei Gymcel, Incel che investono ossessivamente nella costruzione del corpo muscoloso. Dietro routine di allenamento, diete ferree, video motivazionali e slideshow di trasformazioni fisiche prende forma una maschilità fondata su disciplina, sacrificio e autocontrollo. Non sono affatto rari sui social i reel in cui vengono raccontati i progressi del proprio fisico, delle vere e proprie guide distorte su come avere un “glow up” e rispondere a standard di bellezza irrealistici. Günseli Yalcinkaya nel 2023 su Dazed denunciava la retorica incel dietro i linguaggi di TikTok e Instagram, nei quali gli adolescenti trovano conferma che il proprio valore, soprattutto sul mercato delle relazioni, sia determinato quasi esclusivamente dall’aspetto fisico. Il corpo diventa il luogo in cui riaffermare una superiorità perduta o mai esistita e idealizzata.
Ma il mondo dei Gymbro non nasce necessariamente con un intento ideologico. “Molti ragazzi entrano nelle community legate al fitness per motivi totalmente ‘innocui’ – migliorare il proprio corpo, sentirsi più sicuri, condividere routine di allenamento – ma si trovano spesso a contatto con una sottocultura dove circolano discorsi su virilità, forza, disciplina, dominio e “ripristino” della mascolinità”, spiega Antinelli. Il problema è quando sentirsi meglio con il proprio corpo, aumentare l’autostima, condividere obiettivi si mescolano a immaginari saturi che associano forza fisica, valore morale e successo sociale. “In questo senso il mondo dei Gymbro diventa una porta d’ingresso”.