Il festival internazionale organizzato dal Cassero LGBTI+ Center di Bologna tra il 31 ottobre e il 9 novembre 2024 quest’anno ha tagliato il ventiduesimo nastro inaugurale: porta ancora in scena attraverso performances, cinema, laboratori e presentazioni gli immaginari legati alle rappresentazioni del corpo, delle identità e del genere.
Quest’anno ha aggiunto nuovi titoli ed esperienze in un presente ammaccato dai conflitti: per raccontare la vitalità che resiste nelle ipocrisie del quotidiano e una società ancora trasversalmente attraversata da violenza di genere, omolesbobitransfobia, razzismo e marginalizzazione.
“Il festival propone l’esplorazione del piacere come motore primo del nostro essere corpi viventi. Sfida a rendere tridimensionali le nostre identità, non etichette funzionali alle mappe geopolitiche e ai target di mercato, ma cultura e politica collettive”.
La ventiduesima edizione di Gender Bender per Frisson comincia con uno sguardo sulle vite delle persone che siamo o che diventeremo invecchiando. Quali saranno i desideri del corpo? L’immaginario si potrà davvero dire attraversato da una lotta per conquistare un concetto che non finisca nella famiglia-nucleo di 3 o 4 persone ma significhi realmente comunità, rete?
Il titolo che sollecita queste domande è “Si je meurs, ce sera de joie (If i die, it’ll be of joy)”, un documentario di Alexis Taillant realizzato quest’anno in Francia, e che nel cartellone del Gender Bender viene proposto in prima nazionale.
Micheline, Francis e Yves, rispettivamente di 81, 70 e 68 anni intraprendono un viaggio che è poi una piccola rivoluzione: alla guida di un gruppo di attivist* più anzian* cercano di modificare la vita di chi abita la cosiddetta terza età provando a ribaltare gli stereotipi e sollecitando la curiosità a partire da una ridefinizione delle nozioni di sesso, invecchiamento e amore.
L’indicazione è forse quella di seguire una strada collettiva verso il desiderio e verso una pratica politica che abbia tra le sue basi l’affettività, il supporto reciproco e la compagnia.
Altrettanto tenera ma decisamente più ironica è la pellicola Les femmes au balcon (The balconettes) di Noémie Merlant con la co-sceneggiatura e la coproduzione di Céline Sciamma.
Il grottesco e l’umorismo si rivelano scelte interessanti per la rappresentazione dell’ennesima esperienza di violenza di genere che in questo film viene raccontata in più di un momento: la violenza fisica subita nella prima scena da una delle vicine di casa delle protagoniste, la violenza sessuale subita da due di queste ultime e le tormentose e continue violenze psicologiche, gli stereotipi legati al femminile e i giudizi e preconcetti da cui sono coinvolte tutte le donne che popolano le scene della trama anche in modo periferico e marginale.
Un racconto che ricorda che la violenza di genere è innanzitutto un problema culturale, strutturale alla nostra società e quotidianamente prodotto dalle norme che ci dovrebbero proteggere ma ci mortificano e non ci vedono, dall’educazione maschile nel segno di un patriarcato che ancora non cambia passo e uccide tutte.
In un certo senso la pellicola vince – come il documentario – con quel senso di collettivo che vuole produrre attraverso l’alleanza e lo stare insieme: le protagoniste si uniscono in tutte le avventure che derivano [SPOILER ALERT!] dall’uccisione di uno degli uomini violenti della storia e questo è il pretesto per unirsi più intimamente, in modo comico e bizzarro ma sincero, nella lotta contro le violenze e il sessismo che riguarda tutte.