Alla boxe (alla mia personalissima elaborazione della boxe) sono arrivata in tarda età. Sara, la mia maestra, dice sempre: “Avessi cominciato prima (non dice ‘più giovane’. Dice ‘prima’, elegantemente) ti avrei portata a gareggiare”. Non ho cominciato da giovane, e il mondo non saprà mai cosa si è eventualmente perso. Ma sento che ce ne faremo una ragione. L’autoironico preambolo valga da filtro al racconto della sensazione, terribile, che mi fanno alcune ragazzette molto giovani con cui a volte mi trovo a condividere le lezioni di prepugilistica. Avendo una vita dalla pianificazione pari a zero, provo ad andare in palestra quando possibile, quindi incrocio differenti tipologie di esseri umani. Quella delle ragazzette mi fa ribollire la bile più di altre. Giovanissime, curate, capello lungo, perfetto, vellutato. Si mettono (alcune) lì in un angolo. Fingono di zompettare, lo fanno il minimo indispensabile, il jumping jack è un concetto lontano. Parlottano tra di loro, scappano nello spogliatoio, ridono. Della lezione interessa meno di zero. Non si sentono a loro agio? È noia? Disinteresse? Ce le manderanno a forza i genitori? Più di una volta le ho ritrovate in bagno a piastrarsi i capelli alla prima pausa. Ridacchiano e parlano dei loro coetanei maschi che invece, beati, la lezione se la godono eccome e no, temo che di loro, delle ragazzette nella stessa stanza, neanche si accorgano. Ora a me questo esistere in funzione di altri, maschi, mi annichilisce. Che accada a loro che sono poco più che bambine mi distrugge. Quali sono le ragioni alla base di questo approccio allo sport?
C’entra forse, tra l’altro, il fatto che, per esempio per Carnevale, il massimo modello che proponiamo loro nell’infanzia sia casomai una principessa? (Sia detto, nell’ultima festa per fortuna nel mio piccolo target di cinquenni ho avvistato anche una Gwen, una Spiderwoman, una Cleopatra, una Ermione, con un’evoluzione schiacciante rispetto all’anno precedente). C’entra, ancora, il fatto che a partire dai 3 anni (giuro) per bambine e bambine una delle prime domande sia, sempre, se hanno un fidanzato o una fidanzata? Mio figlio di cinque anni dice che ce l’ha, è Hdbdfkjsdkjvcbvsckjg (non riveleremo il suo vero nome non solo per il diritto alla privacy di una minorenne ma anche perché la mia prole un giorno me la farebbe giustamente pagare). Gli ho chiesto: che vuol dire? Che siamo sposati. E che vuol dire? Che ci vogliamo bene come mamma e papà. Ok. Fair enough. Sono bambini e bambine che giocano e che scoprono. Danno un nome alle cose. Ma tutta quella malizia, quando c’è, a cinque anni non è innata: è proiezione del mondo adulto, e produce effetti. E ancora: a mio figlio (amore perdonami se racconto le nostre esperienze, ma tanto sto scoprendo e su tanto sento di dover fare qualcosa per la vostra libertà) maschio viene rigorosamente chiesto se per caso ha una fidanzata femmina. Alla sua coetanea di turno viene rigorosamente chiesto se per caso ha un fidanzato maschio. Tutto il resto del mondo possibile non esiste, e quando eventualmente si affaccerà nelle loro vite, quei bambini e quelle bambine rischiano di sentire che c’è qualcosa di sbagliato, visto che è un’ipotesi che mai è stata loro paventata.
La proiezione di ruoli e steccati parte da lontano
L’Italia dello sport, se parla di donne, diventa l’Italia delle gesta epiche e rassicuranti delle mamme della “Nazione” (uso questo termine per sottolineare quante volte la nostra attuale maggioranza politica lo ripeta, a cominciare dalla presidente del Consiglio. “Paese” deve suonare troppo laico e affatto atto allo scopo). Le olimpiadi invernali di Milano-Cortina, ce ne fosse stata necessità, ne hanno dato schiacciante prova: quanto è rassicurante l’oro di una donna bellissima, sorridente, e che appena tagliato il traguardo corre ad abbracciare sotto agli occhi delle telecamere il figlioletto? Il gesto è bello, ma diciamolo: ha anche il pregio di essere fatto da una donna di successo – nell’esercizio del suo libero arbitrio, certo – il cui successo è così un po’ meno destabilizzante. Per fortuna è pur sempre prima di tutto una madre – verrà da pensare. Cosa vuol dire, d’altra parte, farsi chiamare “il” presidente del Consiglio per una donna cis? Forse che sì, c’è una donna al potere, è sì arrivata all’apice. Ma no, resta un messaggio rassicurante: non verrà scardinato veramente tutto.
L’epica di traguardi e inclusione dello sport sotto la superficie lucida dei trofei e delle medaglie nasconde una realtà millimetrica fatta di esclusione e asimmetrie di potere. E il campo da gioco non è un terreno neutro, ma un perimetro simbolico dove la violenza maschile contro le donne affonda le radici in una quotidianità escludente: è la fotografia scattata dal report di ActionAid “Perché non accada. La prevenzione primaria come politica di cambiamento strutturale” – con un focus specifico dedicato al mondo sportivo. Lo sport dovrebbe essere il laboratorio della cittadinanza, e invece resta uno degli ultimi fortini di una cultura che limita libertà e partecipazione.
La geografia della rinuncia
Per un uomo su due la palestra o il centro sportivo sono spazi familiari, un’estensione domestica dove il rischio è un concetto astratto, spiega il report. Per le donne no: il 32,8% rinuncia preventivamente a frequentare questi luoghi. Non solo per paura vissuta, ma per un’auto-esclusione strutturale che riproduce le disuguaglianze di genere. Questa “geografia della paura” si espande quando subentrano altre variabili: tra le donne con disabilità la percezione di insicurezza balza al 26,5%, confermando come la combinazione di genere e vulnerabilità renda l’esperienza sportiva un privilegio per poche. Tra le giovani della Gen Z la paura è un’esperienza diffusa che colpisce il 30,1% delle ragazze. La combinazione tra genere e orientamento sessuale renda l’esperienza sportiva più fragile e selettiva: tra le donne non eterosessuali, la quota di chi dichiara di provare spesso paura è quasi doppia rispetto alle donne eterosessuali (8,3% contro 4,4%).
Stadi, fortezze di mascolinità aggressiva
Se le palestre sono luoghi di pratica, stadi e palazzetti sono i templi dello sport-spettacolo, eppure restano i contesti più ostili. Appena il 28,1% delle donne si sente a proprio agio in questi spazi, contro quasi la metà degli uomini. Non è solo una questione di tifo: oltre un uomo su quattro riconosce che linguaggi sessisti e atmosfere aggressive producono insicurezza, un dato che tra i ragazzi della Gen Z sale vertiginosamente al 52,4%. Questo “backlash” culturale mostra che i modelli di mascolinità tossica non feriscono solo le donne, ma creano disagio anche tra gli uomini più giovani che non si riconoscono in codici dominanti e violenti. Per molte donne lo stadio rimane un luogo culturalmente estraneo dove non ci si sente né legittimate né riconosciute.
L’algoritmo del pregiudizio
La competizione è ancora scandita da stereotipi da manuale degli anni ’50. Una persona su tre crede ancora che esistano discipline “adatte” a un solo genere, una convinzione che tocca il picco del 45,8% tra i Millennial. Non è solo un’opinione: è un dispositivo di controllo. Una persona su cinque ha abbandonato uno sport perché ritenuto inappropriato al proprio genere. Il dato più paradossale riguarda i giovani uomini della Gen Z: il 51,3% ha rinunciato a una pratica sportiva per paura del giudizio. A questo si somma il gap di prestigio: per il 42,9% della Gen Z, lo sport maschile resta più coinvolgente e di valore rispetto a quello femminile. Perché la gabbia del patriarcato limita il talento e la libertà di tutt3. Una gabbia che il numero di Frisson che state sfogliando vuole provare a spalancare.