Cerca
Close this search box.

Lì dove la vita ha inizio: la mia esperienza in un centro antiviolenza

Due anni di esperienze nei centri antiviolenza, la storia e la crucialità dell'attivismo: ecco perché i centri sono insostituibili. Anche se il lieto fine non sempre c'è
foto di donne sedute su una panchina che si tengono per mano viste da dietro. la foto è virata al rosa
credit: Luwadlin Bosman (unsplash.com)

Lavoro come operatrice in un Centro Antiviolenza dall’inizio del 2019. Fino a pochi mesi fa non avevo idea di quanto sarebbe durata la mia esperienza lavorativa in quel luogo, che per la prima volta sentivo accogliermi in tutte le mie sfumature. Ricordo ancora il giorno del colloquio: seduta in quel divanetto all’ingresso, davanti a me quadri in bianco e nero, foto di manifestazioni femministe degli anni ’70.

Io, da sempre indecisa su cosa avrei voluto fare nella mia vita, rassicurata dalla definizione di “multi-potenziale”, percepivo per la prima volta che tra quelle mura avrei potuto dare tanto e ricevere di più. Giorni e settimane dopo quel fortunato colloquio salivo le scale fino al quarto piano, sede del Centro, assaporando l’odore di quelle stanze ogni volta che ne varcavo la soglia. Il profumo era quello della possibilità, della rinascita e della scoperta. Era come se lì potessi avvertire l’energia di secoli di lotta: le mie colleghe ne rappresentavano ciascuna un pezzettino e io avevo la meravigliosa fortuna di farne parte.  

Che cosa sono e da dove nascono i centri antiviolenza

I Centri Antiviolenza nascono in Europa negli anni ’70. La prima esperienza è londinese, nel distretto di Chiswick, dove nel 1971 l’attivista Erin Pizzey apre la prima casa rifugio per donne che hanno subìto violenza, che diventa un’organizzazione di beneficenza legalmente riconosciuta nel 1979. Traendo origine dai movimenti di liberazione della donna e dai collettivi femministi, nel corso degli anni ’70 sorgono altri Centri e case rifugio sia in America sia in Europa: a partire dagli spazi di liberazione e autocoscienza le donne, partendo da sé, elaborano come la violenza patriarcale sia un problema condiviso, strutturale, e come tale vada affrontato collettivamente.

Per molte, infatti, la violenza domestica, da parte del marito o partner, rappresentava un’esperienza diffusa e dominante. La scelta di costruire spazi sicuri, basati sull’auto mutuo aiuto e sulla condivisione, gratuiti e che garantissero la riservatezza e l’anonimato, ha rappresentato un primo tentativo di sovversione del sistema sessista maschilista patriarcale che costituiva lo sfondo comune delle loro esistenze.

In Italia alla fine degli anni ’80 nascono le Case delle Donne (le prime a Milano, Bologna, Roma), che avviano l’esperienza anche nel territorio nazionale, tanto che negli anni ‘90 i Centri elaborano la necessità di costruire una rete formale, la Rete Nazionale dei Centri Antiviolenza, in grado di fare fronte comune e forte per la difesa dei diritti delle donne. Dal 2008 la gran parte di essi aderisce alla rete “D.i.R.E.: donne in rete contro la violenza”, che oggi raccoglie circa 80 Centri dislocati in tutto il territorio nazionale.

Proprio per la loro natura e la loro storia, i Centri Antiviolenza non rappresentano soltanto luoghi di accoglienza, rifugio e protezione, ma sono spazi di scambio, co-costruzione di pratiche, studio e ricerca sui temi del femminismo, dell’emancipazione, delle politiche di genere. Forse è per questo che tra le mura del Centro Antiviolenza ho trovato tanta ricchezza: assieme al dolore c’è tutta la determinazione e la resistenza delle donne a voler mettere luce e parole sulla ancora attuale discriminazione sessista, che dall’esperienza della singola si estende fino a diventare immaginario condiviso, storia comune, eredità e riscatto.

Il colloquio e il percorso di elaborazione

La relazione con le donne che si rivolgono al CAV è la parte centrale del lavoro dell’operatrice. Il setting per i colloqui presso il Centro prevede la presenza di due operatrici, proprio con l’obiettivo di evitare l’impostazione verticistica in cui vi è “colei che sa indicare percorsi di uscita dalla violenza validi per tutte e in ogni circostanza”. Il colloquio a tre in questo senso favorisce uno scambio di visioni, opinioni, punti di vista più circolare rispetto alla diade, con la convinzione che nessuna sia più competente ad affrontare il percorso di elaborazione e uscita dalla relazione abusiva tanto quanto lo è la donna stessa.

Al Centro Antiviolenza nessuna decisione, nessun percorso vengono intrapresi “per” lei, ma tutti “con” lei. La relazione alla pari, tra donne, che ha costituito la base per la nascita di questi luoghi, rappresenta ancor oggi la metodologia centrale di questi contesti. Spesso quando si parla di violenza maschile contro le donne l’immaginario tipico è quello della “vittima”, raffigurata dai media con contusioni, nell’angolo, terrorizzata. Al maltrattante quasi mai viene rivolta la medesima attenzione (spesso appare in ombra, con il volto non visibile, con un’attenzione concentrata sulle mani, armi di forza fisica). Se penso ai due anni di lavoro come operatrice mi passano davanti agli occhi, come fotografie, ritratti di donne che ho conosciuto: pensando a loro, di nessuna mi verrebbe in mente la definizione di “vittima”. Combattenti, semmai, per quanto non mi piaccia usare termini riconducibili all’ambiente bellico.

Ricordo con precisione alcune parole che recentemente mi ha detto una ragazza seguita prima in colloquio e poi ospitata in casa rifugio assieme ai suoi figli: “Passeggiavo di notte, quando sapevo che nessuno mi avrebbe ostacolata. Dopo alcuni chilometri mi fermavo. Osservavo la strada percorsa dietro di me e lì, sola, nel buio, era come se guardassi la mia vita con distacco, come se percepissi che me ne potevo distanziare. È durante quelle passeggiate che ho capito che volevo e dovevo allontanarmi da lui”. Ricordo che in quel momento pensai a quanto dev’essere difficile tenere tutto in equilibrio, mentre la tua anima si sgretola sotto il peso della violenza.

È cosa nota che ancor oggi la società si ostini a perpetrare l’immagine della donna come corresponsabile della violenza subita, perché “se l’è sicuramente cercata” o, in ogni caso “avrebbe potuto andarsene prima”. La formazione interna ai Centri Antiviolenza mira a scardinare questi pregiudizi e stereotipi, l’esperienza sul campo consolida le informazioni apprese grazie all’incontro diretto con storie, esperienze, racconti di forza e rinascita. 

La casa rifugio: “Lì, dove la vita ha inizio”

Accanto al percorso di elaborazione presso i Centri Antiviolenza (con colloqui, sostegno emotivo, consulenze legali, accompagnamento ai servizi ecc.) e al lavoro di sensibilizzazione e formazione (che spesso coinvolge le operatrici per operare nelle scuole di diverso ordine e grado), vi sono poi i casi in cui la donna, spesso assieme ai figli e figlie, è costretta ad allontanarsi fisicamente dalla casa che condivide con il maltrattante per poter mettere in salvo sé e i/le bambini/e.

Le case rifugio sono appartamenti in condivisione a indirizzo segreto, in cui le signore possono avviare il loro percorso di separazione e uscita dalla relazione violenta (fisicamente, psicologicamente, sessualmente o economicamente) in un contesto protetto e sicuro. Spesso in rete con i servizi sociali e con altri servizi necessari, il tempo che la donna trascorre in struttura protetta è di riorganizzazione verso una nuova autonomia. Utile anche, tra le altre cose, a consentire alla giustizia di fare il proprio corso.

Non sarò irrealistica: il lieto fine così come me lo immaginavo prima di iniziare a fare questo lavoro non è frequente. Molto più spesso il tempo che ho la fortuna di condividere con queste donne è fatto di brevi e fugaci conquiste, di piccole libertà ritrovate, di acute delusioni e singhiozzanti respiri di sollievo.

Ricordo però un momento della mia esperienza in casa rifugio: stavamo ospitando una donna con quattro figli, una situazione di alto rischio e pertanto accolta in emergenza, frettolosamente. Lei, per quanto allora fosse al sicuro, aveva gli occhi malinconici ricordando la sua vita “di fronte al mare”. Ritrovarsi in una città provinciale, quieta e tranquilla ma certo non emozionante come la sua terra, la devastava giorno dopo giorno. Un pomeriggio, dopo una spesa alimentare e un giro alla posta, è crollata sul divano e ha pianto come una bambina. La difficoltà a trovare le parole, a essere in qualche modo di supporto per lei mi rimase attaccata ai vestiti per giorni.

La settimana dopo ho scelto di andare a trovarla, timorosa di non saper ancora trovare il modo di farle da specchio, rimandandole tutta la forza che io vedevo in lei. Non è servito: entrata dalla porta ho trovato una donna sorridente, al muro era apparso un adesivo che diceva “Famiglia: dove la vita ha inizio e l’amore non finisce mai”. Accanto aveva appeso una foto di sé assieme ai suoi quattro bambini. Combattenti pronti a ripartire.

Il senso dell’attivismo al CAV

Racconterò il senso che ha per me lavorare al Centro Antiviolenza. L’ho capito quando ho visto una donna ospite in struttura, piena di risorse, scegliere di lasciare la casa rifugio senza avvisare, lasciando le chiavi attaccate alla serratura, per tornare a casa dal suo marito violento. Il senso di impotenza a quel punto è grande, ti chiedi cosa avresti potuto fare, cosa non hai fatto bene. Ed è qui che mi riaggancio all’inizio di questo articolo: le mie colleghe, le donne che incontro in colloquio, le ragazze che incontro a scuola nelle formazioni, le combattenti in casa rifugio rappresentano ciascuna un pezzettino della lotta: passi che accanto al mio vogliono arricchire l’esperienza femminista di energia e fuoco.

Alle volte questa energia si smorza, o cambia tragitto, magari solo per un po’. Ma il fuoco resta acceso, sempre, anche per chi non è pronta, anche per chi ha bisogno di tornare, per poi ripartire. La porta del Centro, il profumo di quelle stanze, rappresenta tutto questo. E non potrei desiderare un posto di lavoro più gratificante di questo.

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Condividi