L’incontro di boxe tra Imane Khelif e Angela Carini ai giochi olimpici di Parigi 2024 dura solo 46 secondi. Pochi istanti di gara bastano a insinuare un sospetto che accende polemiche per giorni, settimane, mesi. La pugile italiana si ritira, l’algerina prosegue fino a salire sul gradino più alto del podio. Ma il dubbio continua a rimbalzare ovunque: quell’atleta è davvero una donna?
Non è la prima volta. Alle Olimpiadi di Berlino del 1936 il talento della velocista Helen Stephens solleva il medesimo interrogativo; ai Mondiali di atletica del 2009 la stessa sorte tocca alla mezzofondista sudafricana Caster Semenya.
È un’ossessione antica quella che attraversa lo sport, una ricerca febbrile di confini certi in un mondo che, per sua natura, è fatto di sfumature. La dimostrazione che il sistema sportivo internazionale continua a validare un rigido binarismo di genere, trasformando la presunta “neutralità” regolamentare in un meccanismo di esclusione. Test invasivi, regolamenti ambigui, criteri opachi: è qui che si riapre una domanda cruciale — chi decide cosa significa essere donna nello sport, e con quali conseguenze politiche, etiche e sociali?
Lo sport moderno nasce come spazio della maschilità, un luogo dove agonismo e forza sono prerogative degli uomini. Quando le donne varcano la soglia delle competizioni olimpiche, a Parigi nel 1900, lo fanno sotto lo sguardo vigile di un sistema che teme le cosiddette gender masquerades, ovvero l’idea che gli uomini possano fingersi donne per ottenere un vantaggio in modo sleale. Questa paura, che nel tempo si rivela totalmente infondata, genera un regime di sorveglianza violento e umiliante sui corpi femminili. Un regime che non ha mai avuto un equivalente per quelli maschili.
Dagli anni sessanta in poi si assiste a una vera e propria sfilata dell’orrore burocratico. Prima le nude parades, con le atlete costrette a sfilare nude davanti alle commissioni mediche per dimostrare di appartenere alla categoria femminile secondo i parametri dell’epoca. Poi l’illusione della certezza grazie ai test dei cromosomi: un enorme abbaglio che porta all’esclusione di donne tali da qualsiasi punto di vista. Dagli anni duemila il paradigma è diventato ancora più ambiguo, affidandosi al concetto del “I know when I see it”: un pregiudizio visivo che colpisce ferocemente le donne, soprattutto se nere e non corrispondenti al canone estetico dominante.
E oggi la situazione sta diventando ancora più inquietante.
“Viviamo una fase storica caratterizzata da scelte politiche che vanno verso l’invisibilizzazione e l’ulteriore marginalizzazione di alcune identità”, spiega Alessia Tuselli, sociologa e ricercatrice presso l’Università di Trento. Un irrigidimento che porta a ricondurre l’identità a nozioni scientifiche d’inizio Novecento.