DI ANGELA ALBANESE GENNARO e FRANCESCA STELLA CECCARELLI
Atleta, donna transgender, persona con disabilità: tre dimensioni che si intrecciano
e che oggi, in Italia, diventano racconto pubblico e responsabilità.
Valentina Petrillo, atleta con disabilità visiva, ha sempre sentito di essere una donna, anche negli anni in cui gareggiava e otteneva vittorie nelle competizioni maschili.
Nel 2018, a 45 anni, sceglie di iniziare il percorso di transizione. È la prima atleta transgender italiana a competere a livello internazionale nella categoria femminile.
Per continuare a praticare l’atletica nella categoria di elezione, quella femminile, affronta un complesso confronto con le federazioni sportive italiane. La sua storia è raccontata nel docufilm del 2023 5 Nanomoli – Il sogno Olimpico di una donna trans di Elisa Mereghetti e Marco Mensa. Ma anche da tanti giornali e programmi televisivi, in Italia e all’estero. “Mancano due anni alle olimpiadi di Los Angeles”, dice a Frisson. “Spero che ci sia una svolta, ma non ho smesso di correre. Anzi, oggi sento ancora di più la necessità di farlo: a Parigi sono andata per me stessa”. A Los Angeles sarebbe andata per tutte Valentina.
Non andrà così, e Petrillo lo sospetta (e teme) anche quando ancora ufficiale non è.
La conferma arriva a fine marzo 2026: il Comitato Olimpico Internazionale esclude le donne trans, in un panorama sempre più ostile alle soggettività trans.
Valentina Petrillo, cosa significa essere un’atleta transgender – e una persona – che vive con disabilità oggi in Italia? Quanta strada è stata fatta nelle politiche sociali per di chi vive con diverse disabilità?
Tanta, e io stessa lo posso testimoniare: sono nata nel 1973 e nel 1987 mi sono ammalata di una patologia agli occhi, la malattia di Stargardt. Quando si è cominciato a parlare di sport per persone disabili, nei primi anni ’90, lo scenario era completamente diverso. Oggi molte persone con disabilità fanno sport anche a livello professionale. Quando io ero bambina era un’utopia anche solo pensarlo. Lo era anche immaginare una Paralimpiade seguita in tv – come quella di Parigi, coperta integralmente dalla Rai. Quando mi sono trasferita a Bologna nel ’94 per studiare informatica all’Istituto dei Ciechi “Francesco Cavazza”, ignoravo di potere fare sport con i miei problemi di vista.
C’è ancora tanto da fare, ma oggi noi atlet3 disabili rappresentiamo qualcosa che va oltre lo sport: siamo un messaggio vivente.