International Day for the Elimination of Violence against Women 2019 march in Mexico City in front of Palacio Bellas Artes. "Ni una mas!"
credit: Thayne Tuason (Wikimedia)
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Messico, in bilico tra violenza e riscatto

La rivoluzione femminista in Messico è la risposta alle violenze, ai sequestri e ai numerosi femminicidi. La lotta serrata e compatta assume diverse forme: dalle manifestazioni in piazza alle performance artistiche

Il Messico è come una cerniera che unisce Sud e Nord America. Un Paese di confine affascinante quanto contraddittorio. Ricco di luci e ombre, dove la criminalità regna – soprattutto nelle zone vicine al cosiddetto Muro della Vergogna (una delle tante, troppe barriere costruita nel mondo: quella di separazione tra Stati Uniti d’America e Messico, detta anche muro messicano o muro di Tijuana, costruita dagli Stati Uniti dall’inizio degli anni ’90 lungo la frontiera con il Messico per impedire alle persone di oltrepassare il confine) e in cui la lotta per i diritti è perennemente accesa. Una nazione in cui le vittime principali del sistema sono ancora una volta loro: bambine, ragazze e donne.

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I dati di un Messico in piena emergenza femminicidi

Il Messico è tra i Paesi con il maggior numero di femminicidi al mondo. Secondo Amnesty International nel 2021 sono stati circa 1.004, in crescita rispetto ai 978 del 2020 e ai 973 del 2019. A questi numeri allarmanti si aggiungono le circa 24mila denunce per violenza familiare e 21.189 violenze sessuali. Se poi si considerano le uccisioni di donne slegate da questione di genere, i dati sono ancora più sconvolgenti: nel 2021 in 3.465 sono state uccise in tutto il Messico.

Nel Paese vengono uccise circa 10 donne al giorno

Parliamo di una vera e propria emergenza sociale, che si è aggravata negli ultimi anni, anche in seguito alla poca attenzione del governo di Andrés Manuel Lopez Obrador eletto nel 2018. Eppure attiviste e associazioni avevano riposto enormi speranze nella sua elezione. Appartenente al gruppo politico di sinistra, in campagna elettorale aveva dimostrato solidarietà alle donne, salvo dimenticarsi tante promesse durante il suo mandato.

López Obrador, da parte sua, ha sempre ammesso di governare un Paese assai problematico da questo punto di vista. E ciò è in parte vero. Basti pensare che l’introduzione del femminicidio nel codice penale risale solo al 2012.

Nonostante la situazione sia sempre stata grave, negli ultimi anni è degenerata. Nel 2022, l’ennesimo caso di sparizione e omicidio, quello della diciottenne Debanhi Escobar, ha scosso in modo importante la popolazione, che è scesa in piazza urlando con più forza e ha organizzato diverse proteste e guerriglie urbane che non sono passate inosservate.

La protesta è stata talmente forte da convincere il governo a inasprire le pene legate al femminicidio, tramite la modifica dei Código Nacional de Procedimientos Penales, Código Penal Federal e Ley de Ejecución Penal.

Negli ultimi vent’anni non sono mancate operazioni simili. Per esempio, nel 2003 era stato varato anche il Protocollo Alba, tramite cui il governo si impegnava a localizzare donne e bambine scomparse. Purtroppo non ha dato molti frutti, anche a causa di problemi di coordinamento tra le autorità nazionali e locali, la polizia e la magistratura. Molte fonti parlano di una corruzione estrema delle forze dell’ordine e di una sottovalutazione generale dei delitti nei confronti di donne e, in generale, delle classi più deboli.

Dal canto suo, l’ONU nel 2021 ha fatto visita al Comité contra la Desaparición Forzada, il Comitato contro le sparizioni forzate per fare luce sulla sparizione di circa 90mila persone in tutto il Paese.

Altri dati sono stati diffusi dalla Comisión Nacional de Búsqueda, secondo cui si sono ormai superate le 24.600 denunce legate a sparizioni di donne, soprattutto tra i 12 e 19 anni. Tra le zone più colpite spiccano gli stati di Tamaulipas, Puebla, Michoacán, Veracruz, Nuevo México, Nuevo León, lo stato del Chihuahua, la cui capitale Ciudad Juárez è tra le più famose al mondo per i femminicidi.

Ciudad Juárez, città simbolo dell’emergenza femminicidi

Violenze, torture, abusi, omicidi a danno delle donne: Ciudad Juárez, città nello stato di Chihuahua, è nota in tutto il mondo per l’alto numero di crimini contro il genere femminile. Lo ha raccontato anche lo scrittore cileno Roberto Bolaño nel suo romanzo 2666 (Adelphi, 2004).

Rinominata dai cittadini, come “Cimitero delle Donne”, Ciudad Juarez è situata al confine tra Messico e Stati Uniti, dentro la striscia di contenimento creata negli anni Sessanta per bloccare i flussi migratori verso gli Stati Uniti. Questo è lo spazio dove si concentrano anche le maquilladoras, fabbriche per la produzione di articoli di ogni genere, dai componenti elettronici ai prodotti tessili destinati al fast fashion. I proprietari sono i colossi e le aziende americane seminate lungo il confine.

Performing the Border, documentario del 1999 di Ursula Biemann, studiosa specializzata in studi sulla migrazione, è una fonte preziosa che aiuta a inquadrare la situazione. Il filmato racconta, grazie a testimonianze reali di donne messicane, cosa significa vivere “al confine” non solo a livello geografico, ma anche sociale, per chi vive e lavora in Ciudad Juarez.

Le maquilladoras sono un punto focale quando si parla di femminicidi in Messico. All’interno delle fabbriche lavorano migliaia di donne che quotidianamente, nel tratto di strada che unisce la casa al posto di lavoro, spariscono. Spesso le vittime condividono i tratti somatici (giovani, esili e dai lunghi capelli), l’appartenenza alla classe operaia, stipendi veramente bassi, estrema povertà. Sì, è vero: sono forti, perché si muovono da sole per strada, trovano un impiego (sfruttato e sottopagato, ma cruciale per l’economia messicana) per emanciparsi ed essere indipendenti; ma sono anche vulnerabili e fragili fisicamente, quindi vittime ideali per chi vede nei loro corpi – non solo un mero mezzo di produzione industriale – ma anche un oggetto da sfruttare a livello sessuale.

Negli anni ne sono scomparse centinaia, molte senza lasciare traccia. Altre sono state ritrovate settimane o mesi dopo, senza vita e con segni di tortura. Ciudad Juarez è il centro nevralgico di un fenomeno allarmante, una delle zone dove l’assenza di diritti è palese, dove essere donna è realmente pericoloso.

Questa situazione con il tempo ha generato una crescente rabbia in tutta la popolazione messicana, che si sente in costante pericolo, non rappresentata dal governo e non tutelata dalle forze dell’ordine, spesso accusate di negligenza e corruzione. Ed è da questa rabbia che sono nate le tante forme di protesta che coinvolgono integralmente il Paese. Alcune sono sfociate in veri e propri gruppi che si muovono in tenuta antisommossa. Altre si esprimono attraverso l’arte.

8 marzo 2020: il Messico scende in piazza

L’8 marzo 2020 l’ondata femminista ha travolto Città del Messico. Sono scese in strada più di 80mila donne che hanno protestato contro i femminicidi, le violenze, le sparizioni e le ingiustizie nei confronti delle donne. È stata la più grande manifestazione femminista pre-pandemica. Una protesta che ha coinvolto persone di ogni identità, cultura, lingua. È stata anche una delle manifestazioni più documentate della storia del Paese. Tra i contributi, Lotto Marzo è il docu-corto di Ludovica Anzaldi che, partendo dalla grande manifestazione messicana, divulga i dati sui femminicidi e mira a sensibilizzare anche il pubblico italiano.

Il Bloque Negro, il Black Bloc femminista messicano

Una divisa nera copre interamente il corpo e il volto, lasciando intravedere solo lo sguardo. Il Bloque Negro, ovvero il black bloc femminista messicano, è costituito da un gruppo di guerrigliere femministe presenti in modo capillare in tutto il Paese.

Il nero non è solo il colore della loro “divisa” – creata ad hoc per essere irriconoscibili – ma è anche lo stato d’animo delle ragazze e donne che compongono il movimento. Il nero è il colore della rabbia nei confronti delle ingiustizie, della violenza, del silenzio del governo messicano, accusato di macchiarsi continuamente di gravi colpe. Così come tutte le autorità, anche e soprattutto la polizia, vista come una minaccia da cui difendersi e contro cui lottare. Nel reportage pubblicato su Arte.Tv si racconta il Bloque Negro in tutte le sue sfumature e attività.

Accanto alle azioni di guerriglia urbana, dove la parola d’ordine è fare rumore e mettere a ferro e fuoco le città per farsi sentire e notare, il Bloque Negro è anche un rifugio per le donne ai margini della società. A Città del Messico, per esempio, c’è una delle loro sedi: è la centrale operativa e organizzativa, ma anche la casa di decine di donne vittime di violenza, che spesso si nascondono lì con i loro figli.

Antimonumenta, ovvero: scombinare le narrazioni

Protestare significa anche ribaltare la storia, smascherare le narrazioni false e faziose. Il movimento Antimonumenta porta avanti una forma di protesta mirata a destituire i vecchi e cari eroi – spesso intoccabili – della storia. Nasce per iniziativa della popolazione indigena, con l’obiettivo di riappropriarsi della loro terra, rubata e deturpata dagli invasori coloniali.

Tante le iniziative degli ultimi anni. Il 25 settembre 2021, per esempio, un collettivo messicano ha ribattezzato la Rotonda di Città del Messico dedicata a Cristoforo Colombo con la “Glorieta de las Mujeres que luchan”, cioè rotonda delle donne che lottano. Al posto della statua di Cristoforo Colombo, attiviste e attivisti hanno posizionato quella di una donna con il pugno verso il cielo. I monumenti, le statue e gli spazi non sono scelti a caso, ma frutto di una strategia che mira a cambiare il paesaggio e i punti di riferimento geografici per raccontare una storia diversa, sconosciuta ai più, ma reale.

Femminismo e arte come strumento di protesta

Quando si pensa all’arte messicana del 900, il primo nome che viene in mente è generalmente quello di Frida Kahlo. Da molte persone è riconosciuta come un’icona femminista che, forse senza neanche accorgersi in vita, ha saputo rivoluzionare l’immaginario legato alle artiste. L’arte, d’altronde, può diventare uno strumento politico e spesso viene sfruttata dalle donne per raggiungere l’indipendenza e anche la popolarità. Questo in Messico è ancora più difficile ed è per questo motivo che persone come Frida Kahlo sono caricate di una potenza senza eguali.

Tessitura, da arte di Serie B a strumento di emancipazione

Ma ciò accade anche quando un’arte tipicamente femminile entra nelle stanze dei bottoni. Ne è un esempio la tessitura, considerata secondaria ma che, in tanti casi, viene usata come strumento di lotta ed emancipazione. Una recente mostra al Museo Maxxi di Roma ha fatto luce su un mondo sommerso, quello dell’architettura femminile. All’interno dell’esposizione c’è anche l’opera Unseen di Frida Escobedo, architetta di Città del Messico, che col suo lavoro omaggia Anni Albers, una figura cruciale nell’arte tessile contemporanea.

Oltre a essere tra le poche figure femminili del Bauhaus, Albers è stata l’unica donna chiamata a lavorare nel più prestigioso Hotel di Città del Messico, inaugurato nel 1968 in occasione delle Olimpiadi. Decise di adornare le pareti, non con i murales, ma con un arazzo. Un piccolo gesto che voleva comunicare tanto e ha dato modo alla tessitura di prendersi la sua rivincita.

Hombres Tejedores: il filo che unisce il femminismo in Cile e Messico

La tessitura è considerata un’attività tipicamente femminile? Allora, è proprio da qui che bisogna partire per stravolgere la narrazione di una cultura di genere profondamente errata. Con questo obiettivo nasce il progetto Hombres Tejedores (uomini tessitori), che prende vita in Cile nel 2016.

L’idea pratica è semplice: un gruppo di uomini – ma col tempo si sono unite persone di ogni genere – si riunisce in un luogo pubblico – un parco, una piazza, una via – per lavorare la maglia e fare qualche chiacchierata in relax. Sembrerebbe una piacevole serata tra amic*, in realtà si tratta di una manifestazione di protesta pacifica quanto efficace.

L’obiettivo è lanciare infatti un preciso messaggio politico: la tessitura è di tutt*, non ha genere, non esistono lavori, passioni, arti o mestieri da donna e da uomo. Allo stesso modo, una società non si può fondare su generi di serie A e B, dove questi ultimi hanno diritti esigui e spesso addirittura ignorati. Messico e Cile sono i due quartieri generali del movimento, le due zone dell’America Latina dove si lavora per distruggere gli stereotipi di genere e il mito della virilità maschile a colpi di ferri e gomitoli.

uomini seduti per strada che fanno la maglia
Gli "hombres tejedores" al lavoro (fonte: Pagina Facebook Hombres Tejedores)

Zapatos Rojos come simbolo della lotta alla violenza

L’arte ha un carattere universale, parla a tutt* e può diventare la soluzione per amplificare le proteste. Gli esempi che collegano arte e protesta sono tanti e sono aumentati negli ultimi anni, perché le donne sono sempre più consapevoli dei diritti negati e allo stesso tempo riescono ad accedere a strumenti e canali che prima erano vietati.

Se una manifestazione può occupare uno spazio pubblico, le forme artistiche sono in grado di diffondersi e riprodursi in tutto il mondo e diventare, in alcuni casi, veri e propri simboli universali. È il caso delle scarpette rosse che raccontano la lotta contro la violenza sulle donne.

Questo simbolo, ormai usato a livello universale, è legato al progetto “Zapatos Rojos” nato proprio da un’idea dell’artista e architetta messicana, Elina Chauvet, che ha voluto, in questo modo, denunciare anche il record di violenza e femminicidi che coinvolge il suo Paese e in particolare Ciudad Juarez.

Grazie a questo lavoro, un gesto apparentemente semplice come quello di indossare delle scarpe rosse si trasforma in una precisa azione di lotta e protesta.

Maria Francesca Marras Pinna
Maria Francesca Marras Pinna
Laureata in letterature straniere e specializzata in editoria. Lavora nel marketing digitale e ha un amore viscerale per la parola scritta. Un giorno ha acquistato Frisson e… dopo un’ora si è proposta alla redazione per offrire il suo contributo.
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