In Italia esistono programmi televisivi che più di altri sembrano sopravvivere a mode, cambi di palinsesto, persino a mutamenti culturali profondi. Uomini e Donne, nato nel 1996, è uno di questi. Un format apparentemente semplice: un “tronista” o una “tronista”, corteggiatori e corteggiatrici pronti a conquistare il cuore del protagonista di turno. Eppure, in questa semplicità, si nasconde un laboratorio sociale che, tra stereotipi, archetipi e piccole rivoluzioni, racconta da quasi trent’anni l’immaginario sentimentale di un paese intero.
Un successo che sfida il tempo
Le stagioni di Uomini e Donne sono spesso oggetto di dibattito: c’è chi le considera puro intrattenimento, chi le liquida come televisione “spazzatura”. Eppure, puntata dopo puntata, anno dopo anno, il programma resiste. Perché? Gli autori del programma sono molto abili a selezionare personaggi specchio, spiega Valeria Natali – psicologa e psicoterapeuta della Gestalt Psicosociale e libera professionista – che collabora da anni con un centro di riabilitazione per l’età evolutiva. Persone comuni che riflettono emozioni, comportamenti, desideri e caratteristiche con cui lo spettatore può facilmente identificarsi.
Questi personaggi esprimono emozioni universali, (la gelosia, la paura di non piacere, il desiderio di essere scelti), utilizzano un linguaggio realistico e non costruito, mostrano fragilità e affrontano problematiche che tante persone hanno sperimentato.
In troniste e tronisti, corteggiatrici e corteggiatori, nel pubblico parlante, lo spettatore vede riflessi i propri desideri e le proprie debolezze, riconosce il proprio modo di vivere le relazioni e individua parti di sé che altrimenti non ammetterebbe. Tutto questo genera una sensazione di vicinanza emotiva, un senso di alleanza basato su empatia e affetto, che spinge lo spettatore a voler seguire le storie dei personaggi. In estrema sintesi, l’identificazione genera empatia, che a sua volta contribuisce alla fidelizzazione. La struttura del programma inoltre, crea un forte senso di familiarità, che lo spettatore trova rassicurante. D’altro canto ogni partecipante è portatore di una storia che si intreccia con altre, aggiungendo sempre elementi di novità, che creano una forte curiosità.
Gli stereotipi di genere: tra resistenza e cambiamento
Per comprendere l’impatto di Uomini e Donne sul nostro immaginario collettivo, bisogna partire da un dato semplice: per anni, la struttura del programma ha messo in scena una rappresentazione quasi teatrale dei ruoli di genere. Da una parte, il tronista – uomo sicuro, desiderato, corteggiato, con il potere della scelta. Dall’altra, le corteggiatrici – attente a mostrarsi eleganti, sensuali, emotive, in grado di bilanciare fascino e strategia.
Negli anni Duemila, volti come Costantino Vitagliano e Giorgio Alfieri hanno incarnato perfettamente l’archetipo del conquistatore: belli, carismatici, poco inclini a mettere in discussione la loro posizione dominante. Costantino, in particolare, è stato il “tronista per antonomasia”: l’uomo che sembrava vivere il trono non solo come percorso sentimentale, ma come palcoscenico di potere mediatico, capace di portare il dating show a fenomeno di costume. Giorgio Alfieri, ex calciatore, ereditava quello stesso modello virile, sfrontato, ironico, che faceva impazzire lo studio e consolidava l’idea del tronista come eroe affettivo al centro di un’arena di desiderio femminile.
Il controcanto femminile, a lungo, ha seguito traiettorie altrettanto codificate. Le troniste erano spesso costruite come figure ideali: sicure, eleganti, seduttrici calibrate sul gradimento del pubblico, più attente a non “sporcarsi” con emozioni troppo vulnerabili che a mostrare il proprio vissuto reale. Molte scelte, in quegli anni, seguivano la logica dell’apparenza: la storia “bella da vedere”, più che l’incontro con una verità emotiva.
Con l’evoluzione del programma – e, inevitabilmente, della società – le prime crepe hanno cominciato ad aprirsi. Alcuni tronisti hanno iniziato a mettere in scena fragilità, a mostrarsi meno dominanti e più incerti. Figure come Joele Milan e Matteo Fioravanti, per esempio, hanno rappresentato il modello del “bravo ragazzo di periferia”: giovani con storie familiari complesse, racconti di dolore, un approccio più genuino e meno da star televisiva. Eppure, pur nella loro autenticità, rientravano ancora in narrazioni già previste, quasi un nuovo cliché: il ragazzo semplice, buono, emotivamente trasparente, ma comunque inscritto nella dialettica del trono come premio, come conquista.
Il vero scarto culturale arriva con esperimenti più audaci, quelli che mettono in discussione la struttura stessa dei ruoli di genere. Quando Claudio Sona, nel 2016, diventa il primo tronista gay, Uomini e Donne apre – con ritardo ma con coraggio – a un racconto inedito: la possibilità di assistere nel primo pomeriggio a un percorso sentimentale tra due uomini, con dinamiche in parte simili, in parte completamente nuove, rispetto alle versioni eterosessuali. Con Alex Migliorini, la formula si consolida: i gesti di gelosia, i codici dell’attrazione, le confessioni si muovono negli stessi registri del pubblico affezionato, ma le identità coinvolte ampliano lo spettro della rappresentazione affettiva.
Il passo più radicale arriva con Andrea Nicole Conte, la prima tronista transgender. La sua partecipazione – inizialmente discussa, poi accolta con grande empatia dal pubblico – non solo rompe uno schema narrativo, ma lo riscrive dall’interno. La sua storia introduce nel programma un tema raramente affrontato in contesti di intrattenimento popolare: l’identità di genere come percorso individuale, non come etichetta. Andrea Nicole si presenta come donna, senza “spiegare” la propria transizione come se fosse un atto espositivo, ma vivendola come un dato costitutivo del proprio presente, come fa chiunque con la propria storia d’amore. L’effetto è potente: la narrazione si normalizza, e la novità diventa il passo verso la quotidianità.
Allo stesso modo, alcune troniste hanno smontato dall’interno l’idea di “donna perfetta” sul trono. Lavinia Mauro, con i suoi attacchi d’ansia, le indecisioni palesi, il ventaglio sempre in mano come gesto di contenimento dello stress, diventa un personaggio che racconta un’altra femminilità: non quella impeccabile e sorridente per contratto, ma quella di una donna che vive, in diretta, la difficoltà di scegliere sotto pressione, con le proprie fragilità portate allo scoperto.
Uomini e Donne ha, dunque, iniziato come arena di stereotipi forti, quasi fumettistici, funzionali al gioco televisivo; oggi, pur restando un reality con regole fisse, mostra personaggi più complessi, capaci di raccontare mascolinità e femminilità meno rigide, identità sessuali più varie e soprattutto umanità seppur patinata. Natali chiarisce come gli stereotipi sono una strategia cognitiva importante in un mondo complesso come il nostro, perché permettono di elaborare informazioni in modo rapido riducendo lo sforzo mentale necessario. Attribuire in modo automatico specifiche caratteristiche a determinati gruppi sociali è una semplificazione che aiuta ma nasconde anche grosse insidie se porta a ignorare sistematicamente le differenze individuali. Lo stereotipo, infatti, può essere alla base di comportamenti discriminatori e causare significativi disagi psicologici a chi ne è vittima.
Gli autori di Uomini e Donne sembrano essere ben consapevoli dei danni di uno stereotipo fisso che non si rimodula, e nella scelta del casting sembrano tenere conto dei cambiamenti sociali e relazionali dei nostri tempi. Ricordiamo che la fidelizzazione dello spettatore si basa molto sulla possibilità di riconoscersi nei personaggi, che, ponendosi come modelli di identificazione, devono necessariamente essere plausibili e al passo con i tempi.
Insomma, un piccolo ma significativo specchio dei tempi, dentro uno show che, pur nel suo essere “nazional popolare”, intercetta le tensioni culturali in modo forse più profondo di quanto molti intellettuali siano disposti ad ammettere.