Fuori dai giochi. Corpi non conformi nello sport

Lo sport viene raccontato come uno spazio neutrale e meritocratico, ma continua a escludere molti corpi non conformi.
una tennista stesa sul campo con racchetta a fianco, zoom su gonna e gambe, foto virata viola e gialla
credit: Valentin Balan / Unsplash
26 Maggio 2026
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Quando abbiamo deciso di dedicare questo numero alla competizione e allo sport, ho pensato subito che fosse un terreno che non mi appartiene. Non in senso metaforico: proprio fisicamente.

Da quando ero adolescente convivo con delle protesi che hanno ridefinito il mio rapporto con il corpo e con i suoi limiti. Non è un corpo “malato”, ma non è nemmeno un corpo pienamente sano e disponibile. Richiede attenzione, adattamento, negoziazione continua.

Per intenderci: quando il mio medico mi dice “dovresti fare attività fisica”, non è un consiglio spassionato. È una prescrizione, qualcosa che serve a tenermi in piedi. Ed è anche, inevitabilmente, la mia croce personale. Perché lo sport per me è stato quasi sempre fonte di disagio. Odio gli spazi sportivi e la scarsa inclusività che li attraversa

Odio il fatto che siano costruiti attorno a un’idea molto precisa di corpo: efficiente, performante e conforme che deve migliorare e competere. Eppure non riesco a disprezzare del tutto l’attività fisica in sé, una contraddizione che rende tutto ancora più frustrante.

Così lo sport si trasforma da spazio di benessere a uno di esclusione, in cui – se il tuo corpo devia dalla norma – è considerato pigro o viene escluso. 

Perché se è vero che lo sport viene raccontato come uno spazio neutrale e meritocratico, è altrettanto evidente quanto sia attraversato da disuguaglianze strutturali: nella rappresentazione, nelle opportunità, nei corpi ammessi. E allora quella distanza che alcunɜ di noi sentono non è solo personale, è politica. Lo racconta ampiamente l’editoriale della direttrice Angela Gennaro, che leggerete di seguito.

Con questo numero abbiamo provato ad attraversare la competizione come lente, dentro e fuori lo sport.

Dall’intervista all’atleta Valentina Petrillo, che racconta cosa significa esistere come atleta quando il tuo corpo e la tua identità diventano terreno di scontro pubblico.

Barbara Polidori ci riporta indietro nel tempo per mostrarci come le sportive e le attiviste abbiano sfidato regimi e imposizioni, trasformando lo sport in uno spazio di emancipazione, spesso a costo di essere espulse o ridicolizzate. Ma la marginalizzazione non è solo storia. Come racconta Bianca Michelangeli, lo sport femminile continua a essere considerato una versione inferiore di quello maschile.

La competizione non si ferma lì e attraversa i corpi e le relazioni: nelle pratiche BDSM analizzate Melania Mieli – dove il confine tra desiderio e performance può essere sottile – e nella mascolinità disciplinata promossa dalla cultura “gymbro” raccontata da Carmen Colabella – in cui il corpo diventa progetto, controllo, dimostrazione.

Si insinua nei paradigmi valoriali e ci induce a pensare che la bellezza sia una gara costante, riflette Benedetta Fabris

E che anche le relazioni entrano in gioco: per questo è interessante ripensare la monogamia come dispositivo competitivo funzionale al patriarcato, come suggerisce Maria Elena Tripaldi.

Poi ci sono i confini, spesso violenti, che definiscono chi può stare in campo. Cristina Cassese – a cui va il merito di aver proposto il tema di questo numero – affronta il tema del binarismo di genere nello sport e delle istituzioni che decidono chi ha il diritto di definirsi donna.

Infine c’è un luogo in cui la competizione sentimentale diventa intrattenimento: Uomini e Donne, il salotto televisivo per eccellenza. Ilaria Magni ne parla con una “insider”.

E se per caso ve lo stavate chiedendo: sì, parliamo anche di Heated Rivalry con un commento di Claudia Ska, IYKWIM.

Creando questo numero ci siamo chiestɜ continuamente in che modo si possa rendere lo sport più inclusivo. Non abbiamo una risposta definitiva. Ma ora sappiamo cosa non siamo più dispostɜ ad accettare. 

© Riproduzione Riservata

Immagine di Francesca Stella Ceccarelli

Francesca Stella Ceccarelli

Visual designer e docente. Laureata in Grafica Editoriale e Grafica e Fotografia presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, ha lavorato come designer per brand nazionali e internazionali come IKEA, Lush, Deanocciola (per cui è art director) e per diverse testate giornalistiche sia settoriali che generaliste, tra le quali: Uomo&Manager, Lusso Style, Cioè Magazine, Corriere dello Sport, FQ Millennium. La passione per il design editoriale nel 2019 la porta a fondare la testata giornalistica Frisson, unica nel suo genere, che parla di femminismi, sessualità e diritti, di cui è art director, oltre che editrice.

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